
Gli aerei partiti stamattina da Trapani hanno portato le prime bombe italiane in Libia. L’evoluzione della posizione e dell’atteggiamento italiano rispetto alla crisi libica ha suscitato più di una polemica. Nell’opinione pubblica, in primo luogo, sempre più persuasa del fatto che quella in cui l’Italia è chiamata a bombardare, in altro modo non può definirsi se non col termine guerra. E in secondo luogo nella Lega Nord, significativa e anzi fondamentale forza di governo che, dimostratasi sempre scettica nei confronti dell’avventura libica, ha assunto posizioni apertamente contrarie rispetto all’escalation dell’impegno italiano nell’area.
È evidente che l’analisi della situazione non possa e non debba prescindere da un continuo riferimento all’ormai famigerata risoluzione UNSC 1973. Ebbene, se la risoluzione aveva delineato dei margini di manovra per le forze militari dei paesi coinvolti, è chiaro che questi margini siano stati da tempo superati, rimanendo chiaramente irrinunciabile la condizione di non intervento terrestre nell’area.
Ha detto il Presidente Napolitano che il mutato approccio italiano può essere considerato come una naturale evoluzione dell’impegno assunto in relazione all’applicazione della risoluzione. Le parole del Capo dello Stato non possono essere considerate del tutto sbagliate. Ma i bombardamenti non sono una naturale evoluzione: i bombardamenti rappresentano una precisa scelta di politica estera che finalmente pone fine alle ambiguità delle posizioni italiane rispetto alla crisi libica.
Che si sia passato il segno rispetto a quanto indicato dalla risoluzione è chiaro. Ed è altrettanto chiaro come in Libia siano presenti degli interessi economici e politici talmente forti da far vacillare coscienze e governi. D’altra parte non va dimenticato che la posizione storicamente preminente dell’Italia in Libia abbia rappresentato una sostanziale spinta verso una politica estera più propositiva, più protagonista e, a questo punto è evidente, più aggressiva. Come non va dimenticato che l’Italia ripudia la guerra.
Mi piace ricordare come Benedetto Conforti sottolinei che una volta che la guerra è in atto, per il diritto internazionale questa non è né lecita, né illecita; né morale, né immorale. È guerra punto e basta.
E allora non si tenti di fornire giustificazioni che, se il giorno iniziale delle operazioni militari in Libia godevano di indubbia credibilità, oggi manifestano solo un telo di diritto sotto il quale nascondere la spregiudicata realpolitik che anima le mosse dei Capi di Stato e di Governo dei paesi della coalizione. Oggi, come ormai da molto tempo a questa parte, la guerra in Libia non è più a difesa dei civili – se mai lo è stata. È una guerra combattuta a tutela e difesa di precisi interessi concorrenti che possono essere soddisfatti solo affiancando il Consiglio nazionale di Transizione nel processo ormai irreversibile di eliminazione letterale o metaforica di Gheddafi dalla scena libica.





















