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Italiche bombe

Gli aerei partiti stamattina da Trapani hanno portato le prime bombe italiane in Libia. L’evoluzione della posizione e dell’atteggiamento italiano rispetto alla crisi libica ha suscitato più di una polemica. Nell’opinione pubblica, in primo luogo, sempre più persuasa del fatto che quella in cui l’Italia è chiamata a bombardare, in altro modo non può definirsi se non col termine guerra. E in secondo luogo nella Lega Nord, significativa e anzi fondamentale forza di governo che, dimostratasi sempre scettica nei confronti dell’avventura libica, ha assunto posizioni apertamente contrarie rispetto all’escalation dell’impegno italiano nell’area.

È evidente che l’analisi della situazione non possa e non debba prescindere da un continuo riferimento all’ormai famigerata risoluzione UNSC 1973. Ebbene, se la risoluzione aveva delineato dei margini di manovra per le forze militari dei paesi coinvolti, è chiaro che questi margini siano stati da tempo superati, rimanendo chiaramente irrinunciabile la condizione di non intervento terrestre nell’area.

Ha detto il Presidente Napolitano che il mutato approccio italiano può essere considerato come una naturale evoluzione dell’impegno assunto in relazione all’applicazione della risoluzione. Le parole del Capo dello Stato non possono essere considerate del tutto sbagliate. Ma i bombardamenti non sono una naturale evoluzione: i bombardamenti rappresentano una precisa scelta di politica estera che finalmente pone fine alle ambiguità delle posizioni italiane rispetto alla crisi libica.

Che si sia passato il segno rispetto a quanto indicato dalla risoluzione è chiaro. Ed è altrettanto chiaro come in Libia siano presenti degli interessi economici e politici talmente forti da far vacillare coscienze e governi. D’altra parte non va dimenticato che la posizione storicamente preminente dell’Italia in Libia abbia rappresentato una sostanziale spinta verso una politica estera più propositiva, più protagonista e, a questo punto è evidente, più aggressiva. Come non va dimenticato che l’Italia ripudia la guerra.

Mi piace ricordare come Benedetto Conforti sottolinei che una volta che la guerra è in atto, per il diritto internazionale questa non è né lecita, né illecita; né morale, né immorale. È guerra punto e basta.

E allora non si tenti di fornire giustificazioni che, se il giorno iniziale delle operazioni militari in Libia godevano di indubbia credibilità, oggi manifestano solo un telo di diritto sotto il quale nascondere la spregiudicata realpolitik che anima le mosse dei Capi di Stato e di Governo dei paesi della coalizione. Oggi, come ormai da molto tempo a questa parte, la guerra in Libia non è più a difesa dei civili – se mai lo è stata. È una guerra combattuta a tutela e difesa di precisi interessi concorrenti che possono essere soddisfatti solo affiancando il Consiglio nazionale di Transizione nel processo ormai irreversibile di eliminazione letterale o metaforica di Gheddafi dalla scena libica.

Il neo Ministro dei beni culturali Giancarlo Galan, ha formulato, ieri l’altro, un duro attacco al Ministro dell’economia, affermando, sostanzialmente, che il rigorismo delle politiche economiche messe in atto da Giulio “Quintino” Tremonti, pur gradito all’Unione Europea, rischi seriamente di rendere difficile, più di quanto già non sia, la vittoria dei partiti al governo nelle imminenti elezioni amministrative.

Ma quello che può sembrare un contrasto decisamente preoccupante, non solo perché in seno al governo, ma soprattutto perché sviluppatosi nel partito di governo in questo momento più forte, la Lega Nord, non va guardato da un unica angolazione. La Lega è nata ed è cresciuta come realtà locale, vero, ma si è andata delineando negli anni come un partito talmente ben radicato e forte da potersi addirittura permettere aspirazioni di governo. Una forza locale con aspirazioni globali. La realtà glocal non è certo un aspetto di facile gestione. Non è facile coniugare compiti istituzionali necessari - tra cui proprio la partecipazione attiva alle dinamiche europee – con la tradizionale e spasmodica attenzione che i leghisti hanno sempre riservato al loro proprio orticello. Il glocal è la declinazione del compromesso leghista, compromesso che di per sé garantisce autorità tanto sul piano locale, quanto sul piano globale. E la fedeltà degli elettori non viene tradita in nessun caso: la Lega non abbandonerà mai i contadini travigiani, e tantomeno abbandonerà gli scranni di Strasburgo, perché espressione concreta della crescita politica del fenomeno Lega, nonostante lo sfoggio euroscettico, poco credibile, in verità.

Il compromesso è la creazione di correnti interne al partito come differenziazione dell’offerta politica della Lega Nord. Per accontentare quanti più elettori possibili.

Petrolio

Non capita spesso di fermarsi a riflettere su quanto sia determinante, per questo mondo, il petrolio. Si può tranquillamente affermare che l’intera civiltà si fondi su questa risorsa non rinnovabile; una risorsa che verosimilmente a breve sarà del tutto esaurita. Un gigante coi piedi d’argilla, insomma. Ogni genere di trasporto e ogni genere di comunicazione fanno affidamento, oggi, sul petrolio. Direttamente – si pensi ai carburanti che muovono aerei, navi e automobili – o indirettamente – si pensi all’energia prodotta dalle centrali termoelettriche che alimenta ogni genere di apparecchiatura. Dai computer ai semafori, dalle macchine cuore-polmone, alle lampadine.

Bene, questa civiltà, che del petrolio non può o non vuole fare a meno, dovrà presto fare i conti con se stessa. Chissà cosa accadrà quando anche l’ultima goccia di petrolio sarà andata, letteralmente, in fumo. Chissà se il mondo soffrirà come un tossico senza la sua dose. O se magicamente dai cassetti di qualche oligarca del petrolio o di qualche lobbysta spunterà fuori il prototipo, magari funzionante, di un motore alimentato diversamente, magari a idrogeno, che lì ha giaciuto, dimenticato perché scomodo, magari per vent’anni.

Peccato non poter – o non voler – fare nulla prima di rimanere a secco. Chissà quando l’umanità sarà in grado di capire che con madre natura è sempre meglio essere parsimoniosi che ingordi. Oggi come in un prossimo futuro sarebbe meglio risparmiare qualche barile di petrolio producendo energia  elettrica attraverso fonti rinnovabili, visto che ne abbiamo la possibilità, e conservare un po’ di carburante, ad esempio. Voglio vedere come faremo, tra cinquant’anni, a spostare un aereo senza petrolio. A spinta.

È apparso chiaro sin dai primi giorni di crisi internazionale che l’intervento della coalizione dei volenterosi in Libia si sarebbe sviluppato in miniera almeno controversa. Lo scrumble delle forze dei Paesi della coalizione, all’indomani della risoluzione del Consiglio di Sicurezza, ha effettivamente destato qualche sospetto circa le intenzioni e le finalità generali nella questione libica. La risoluzione ha previsto la costituzione dell’ormai famigerata no fly zone, tempestivamente implementata dalla coalizione dei volenterosi. Ma molto presto il controllo dello spazio aereo si è trasformato in attacco alle forze terrestri di Gheddafi, e dal momento che i ribelli non son certo rimasti fermi a guardare, il tutto si è evoluto in vero e proprio supporto aereo a forze di terra non regolari. Si è passato, insomma, il segno. Da quella che doveva essere una missione praticamente umanitaria a sostegno della popolazione civile bombardata dal Colonnello, si è passati ad una guerra vera e propria in cui il fuoco amico su civili che avrebbero dovuto essere difesi, porta a quelle che in gergo vengono definite perdite accettabili.

Gli interessi dei paesi coinvolti nelle operazioni sono certamente innegabili. Soprattutto, il contrasto tra Francesi e Italiani è estremamente chiaro. I francesi vorrebbero acquisire particolari privilegi nella Libia del dopo Gheddafi, gli italiani sono invece determinati a conservare posizioni e interessi preminenti sul territorio. Si tratta a tutti gli effetti di uno scontro economico tra forze opposte che il secolo scorso avrebbe portato ad una guerra coloniale, mentre cinquant’anni fa si sarebbe tradotto in una simpatica guerra per procura dove è ragionevole pensare che gli italiani avrebbero volentieri sostenuto il regime e dunque lo status quo, mentre i francesi avrebbero appoggiato apertamente i ribelli. Si tratta di fantapolitica e fantastoria, questo è certo, ma il tutto è estremamente verosimile.

E oggi? L’Italia e la Francia sono due attori importanti del panorama internazionale. Membri fondatori di quella che oggi è divenuta una realtà europea estremamente concreta, anche se ancora non del tutto credibile sul piano della politica estera e militare comune. Vicini di casa ben integrati nel sistema del diritto internazionale, cui in sostanza non è assolutamente consentito divergere su questioni di rilevanza umanitaria e di spessore politico-diplomatico come quella libica. L’Italia, pur rimanendo intimamente ferma sostenitrice dello status quo libico (e le parole addolorate di Berlusconi, come quelle del Ministro della Difesa La Russa, che ha sottolineato l’assenza di ogni entusiasmo nella messa in atto delle operazioni militari) non si è potuta sottrarre alla chiamata della comunità internazionale e dei suoi rappresentanti, nella figura del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

In tal modo sì è giunti ad una del tutto particolare manifestazione di scontro non più neocoloniale ma, oserei dire, addirittura postneocoloniale. Uno scontro in cui i contendenti si cimentano nel sostegno alla medesima fazione che viene in vari modi aiutata e supportata, sperando in futuri riconoscimenti. Si potrebbe descrivere il contrasto Italia-Francia facendo riferimento a quello che potrebbe essere l’astio tra due corteggiatori non innamorati, quanto piuttosto interessati agli averi di una medesima donna. In ogni caso non disposti, perché impedito loro dal rispetto delle buone maniere, a menare le mani.

È naturale che, se, concretamente, uno scontro reale non può e non deve avere luogo in Libia, l’astio tra i due contendenti si traduce nel classico tit for tat che si ripercuote nelle relazioni diplomatiche dei due paesi tra di loro e verso paesi terzi e, anche, in questioni di politica interna, dove in tal senso trova una delle sue possibili spiegazioni la volontà del Governo italiano di concedere il permesso di soggiorno provvisorio ai profughi tunisini, che garantirebbe la possibilità di transito alle frontiere e, sostanzialmente, la dispersione degli immigrati nei paesi dell’area Schengen, Francia su tutti.

Siamo effettivamente di fronte ad un contrasto neppure troppo velato tra Francia e Italia in merito alle possibilità per i due paesi di inserirsi nella trama economica della Libia post Colonnello ma forse non ancora del tutto post coloniale. In ogni caso è da ricordare che, benché appaia estremamente improbabile, nel caso remoto di una conservazione dello status quo, e dunque nel caso di un fallimento delle operazioni militari della NATO in Libia, il gioco si delineerebbe come a somma zero: a perdere tutto sarebbero i volenterosi, Italia e Francia incluse, mentre incredibili prospettive si aprirebbero per i paesi BRIC, in particolare per quelli più affamati di materie prime, Cina e India in testa. Potrebbe essere, davvero, il colpo di grazia per il Vecchio Continente.

Non si può negare che la memoria storica italiana è piena di favorevoli e contrari, di bianchi e neri. È piena di Guelfi e Ghibellini e di fascisti e partigiani. Ci sono pure i Berlusconiani e gli antiberlusconiani. Non conosciamo, noi, le mezze misure. Ci troviamo spesso sostanzialmente divisi su questioni nazionalpopolari di importanza determinante.

E questo dovrebbe far riflettere su quanto importante e controverso sia il fenomeno Berlusconi in Italia. Mai, a parte durante l’esperienza fascista – e negare la statura storica del personaggio Mussolini sarebbe un grave errore – fazioni contrapposte si sono scontrate in maniera così aspra sostenendo o criticando una sola persona e il suo operato. Non ci sono stati, in Italia, cavouriani e anticavouriani, né andreottiani e antiandreottiani. L’approvazione o la disapprovazione non è stata mai nei confronti della singola persona, ma del suo operato. In tal modo le parti si sono trovate ad essere favorevoli o contrarie a questa o quella politica portata avanti da questa o da quella fazione politica rappresentata da questo o quel personaggio.

Oggi, la situazione è radicalmente cambiata. Il sostegno o la critica al governo spesso esula dai risultati politici in sè per spostarsi sulla testa del Capo del Governo. L’Italia è spaccata in due sull’opinione relativa ad una sola persona. Non solo, anche all’estero si guarda all’Italia come ad un paese indissolubilmente legato ad una unica figura, quella di Berlusconi. Nell’ultimo secolo è riuscito ad ottenere tali risultati solo un altro personaggio: Mussolini.

Ciò dimostra quanto effettivamente sia controversa la figura del Capo del Governo. Non sto dicendo che Berlusconi è Mussolini, ci mancherebbe. Sto dicendo che è stato il primo, dopo sessant’anni, che è riuscito a spostare l’epicentro degli scossoni politici italiani dal partito – o dalla fazione politica che dir si voglia – alla persona. “Piove, governo ladro!”, si diceva una volta. Oggi sarebbe più facile sentir dire “piove, Berlusconi ladro!”. Perché?

Perché Berlusconi, la sua faccia, l’ha sbattuta sui giornali e sulle televisioni fin dal primo giorno della sua discesa in campo. Perché ha spesso fatto della politica una questione privata. E degli oppositori degli avversari personali. È inevitabile che la naturale conseguenza dei questo atteggiamento sia stata una personalizzazione dell’attività politica del governo espressione di un partito che, al suo interno, ripropone velleità autocratiche.

E Berlusconi non è solo carnefice e vittima allo stesso tempo di questo sistema, ma ne è anche spettatore compiaciuto. Dal 1994 in poi l’atteggiamento delle fazioni politiche opposte a quelle del centrodestra si è evoluta verso posizioni sempre meno propositive, caratterizzate piuttosto da mero ostracismo. Non si è cercata l’alternativa politica al centrodestra, ma l’alternativa personale a Berlusconi. E quando addirittura una parte del centrodestra italiano – i cosiddetti finiani – ha iniziato a manifestare imbarazzo rispetto alle politiche non politiche del governo, allora si è ritrovata anche lei coinvolta in tale meccanismo.

La politica di Berlusconi, fondata sulla continua riproposizione delle medesime promesse nell’ordinario e sulle spettacolari promesse nello straordinario, ha tratto giovamento da tutto ciò. Berlusconi promette, mentre gli altri non fanno altro che criticare la figura di Berlusconi e non le sue promesse non mantenute. Tutto ciò gioca, certamente, a favore di Berlusconi, perché alla fine dei conti, in termini assoluti la politica rimane politica e una promessa, pur sciocca che sia, conta di più di una critica sterile, di una alternativa mai pervenuta.

Grazie a tutti, insomma, Berlusconi continua a governare l’Italia – speriamo ancora per poco. Grazie, naturalmente, anche a chi gli dà i numeri della maggioranza, pur tenendo in scacco il suo governo attraverso i centinaia di migliaia di voti di bifolchi che continuano a pensare che indossare una camicia verde costituisca la giustificazione morale per aprire la bocca e lasciar uscire ogni sorta di idiozia.

Mi ero ripromesso di non parlare più, a meno di straordinari stravolgimenti, della politica interna di quest’Italietta piccola piccola. Non avrei dovuto più parlare di litigi, scandali, promesse non mantenute, sesso, dissenso e assenso, processi. In una parola: mi ero promesso di non parlare più di Berlusconi e del suo Governo. Mi trovo costretto a parlarne. E non perché qualcosa di straordinario sia accaduto, anzi. Ne parlo perché la solita, noiosissima, routine ha ricoperto con un pietoso velo questioni di importanza determinante.

Mentre in Libia c’è la guerra, mentre in Giappone si tenta faticosamente, tra una scossa di assestamento e l’altra, di porre fine all’incubo nucleare, in Italia ci si dimena tra processi, contestazioni, litigi. Berlusconi, chiuso in un doppiopetto ormai sensibilmente troppo grande per lui, fa il suo spettacolo sul palco di Lampedusa, informando il popolo dei suoi ultimi investimenti immobiliari e dei suoi progetti per l’isola, che tanto gli immigrati sono un problema già praticamente risolto: ci ha pensato Bossi, li ha spediti fuori dalle palle. Nel frattempo a Roma i fidi Pdl e Lega forzano la mano sulla prescrizione breve – che permetterebbe a B. di evitare il giudizio nel processo Mills, dove è accusato di corruzione e dove, tra l’altro, il corrotto è già stato condannato. Durante il dibattito, il Ministro della Difesa La Russa si permette di mandare affanculo il Presidente della Camera. Onorevolmente. Il tutto dopo essersi beccato un bel lancio di monetine di craxiana memoria proprio davanti a palazzo Montecitorio. Giorni felici.

Ha fatto scalpore la notizia che Berlusconi non sia stato invitato alla videoconferenza tra Cameron, Merkel, Obama, Sarkozy, relativa alle vicende libiche. L’Italia ha (o aveva), nei confronti della Libia, una posizione caratterizzata da interessi preminenti. I Ministri della Difesa e degli Esteri hanno sottolineato quanto importante e politicamente conveniente fosse l’impegno italiano, salvo poi asserire di non soffrire di sindrome da esclusione quando il centro decisionale si è effettivamente e definitivamente spostato altrove, semmai in Italia ve ne fosse mai stata rintracciata la presenza.

È sostanzialmente una questione di credibilità. Con l’Italia impegnata nell’adempimento della risoluzione 1973, il Presidente del Consiglio non ha pronunciato, in merito, una parola, una. Se non un assolutamente fuori luogo grido di dolore per il povero Gheddafi, costretto, il tapino, ad interrompere i massacri dei civili per difendersi dalle bombe rintanandosi nei suoi palazzi grondanti oro.

Non ha mancato, comunque, il nostro Presidente di comparire più volte davanti agli italiani, per criticare la magistratura, per salutare i suoi fan assiepati di fronte al Palazzo di Giustizia di Milano. Non ha mancato di comparire, delirando, a Lampedusa. Ha snocciolato numeri su numeri nell’ultima pubblicità tesa ad incoraggiare il turismo in Italia. Come far fare la pubblicità del Polo Nord al buco nell’ozono.

Sulla politica estera? Niente. Un silenzio imbarazzante sulla Libia e sugli annessi e connessi che non ha potuto determinare altro se non la perdita di quel minimo di credibilità che l’interlocutore Italia aveva storicamente, economicamente, geograficamente conservato in merito all’area in questione. E d’altra parte quello che è diventato il vero centro decisionale della questione libica non ha certo bisogno dell’Italia, soprattutto se questa non gode della credibilità necessaria ad affrontare coerentemente l’impegno e, parimenti, della coerenza necessaria ad affrontarlo credibilmente. Soprattutto se questa mantiene posizioni incerte e ambigue. Soprattutto se questa non ha altro da offrire se non le sue basi americane.

L’Italia, con questa sua classe dirigente, è troppo lenta per riuscire a tenere il passo di un mondo che accelera ogni giorno di più. E le difficoltà aumentano se siamo costretti a trascinarci pesanti fardelli pieni di cazzate, che pesano come macigni.

È evidente che la famigerata risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite abbia, a conti fatti, prestato il fianco ad una interpretazione estremamente elastica. Sin dal primo giorno, sin dall’inizio delle operazioni militari, è apparso molto chiaro alla comunità internazionale che i volenterosi non erano tutti uguali, ma che qualcuno era più volenteroso degli altri.

Così la difesa, legittima, della popolazione civile si è presto trasformata in quella che, ad oggi, parrebbe a tutti gli effetti una offensiva che, pur non potendo, ai sensi della risoluzione, tradursi impegno delle forze di terra nell’area, anche con l’esercizio della sola forza aerea, mostra sicuramente una sua identità militare.

Se appare ragionevole provvedere ad un annientamento delle forze aeree e contraeree del regime e di tutte le strutture e i sistemi a queste necessarie, anche a terra, nell’ottica della sicurezza della zona di non sorvolo, bisognerebbe chiedersi se anche le bombe sul bunker di Gheddafi rappresentino effettivamente uno strumento funzionale alla costituzione della no fly zone e alla salvaguardia della popolazione civile.

Solo un’interpretazione molto volenterosa della risoluzione potrebbe individuare in Gheddafi il centro di comando sine qua non l’offensiva del regime non avrebbe luogo, e dunque giustificare tali atti di guerra. Bisogna a tal punto considerare che, dopo la sua reazione sconsiderata, non è più possibile per Gheddafi immaginare non solo un futuro in Libia ma anche, oserei dire, un futuro in questo mondo. Senza mai dimenticare quanto grandi e profondi siano gli interessi dei volenterosi e soprattutto dei volenterosi più volenterosi nella Libia del dopo Gheddafi. L’interpretazione estensiva della risoluzione permetterebbe, insomma, di portarsi avanti col lavoro. Hai visto mai che ci scappi il superpremio finale.

Sulla base di quanto detto,  non si può,  a questo punto della situazione, non notare che l’intervento delle forze della coalizione abbia assunto caratteristiche perlomeno dubbie. È sulle pagine di tutti i giornali l’avanzata delle forze dei ribelli libici, che dopo esser tornati a controllare alcuni punti di importanza energetica strategica, si dispongono a vibrare l’offensiva finale in Tripolitania.  È normale che, mentre le forze occidentali fanno piazza pulita delle armi del Colonnello, i rivoltosi non stiano fermi a guardare. Il problema è che la risoluzione 1973, che ha definito civili i ribelli – anche se a ben guardare di civile hanno solo il modo di vestire – garantisce la loro salvaguardia. Ecco così che la protezione di civili che compiono un’avanzata militare  si trasforma, problematicamente, in supporto aereo a forze di terra non regolari. Una guerra libici contro libici in cui i volenterosi rappresentano la forza aerea degli insorti.

Che questo ponga problemi dal punto di vista del diritto internazionale è irrilevante. Ha detto Benedetto Conforti che quando lo stato di guerra è conclamato il diritto internazionale cessa di svolgere la sua funzione. È evidente che siamo ormai sulla buona strada perché questo avvenga.

 

BRIC è l’acronimo che viene utilizzato in economia internazionale, ormai da qualche anno a questa parte, per indicare quei paesi – Brasile, Russia, India, Cina – che sono interessati da una crescita economica rilevante e che si dispongono, anche per non trascurabili fattori geografici e demografici, a lanciare una possente sfida alle economie dei paesi più industrializzati, nel volgere di pochi anni. Un report della Goldman Sachs stima che i quattro del BRIC saranno, nel 2050, tra le sei economie più forti del mondo in termini di prodotto interno lordo.

Ma quella che fino a pochi giorni fa era stata solo una manifestazione di comunione di intenti nell’ambito dello sviluppo finanziario ed economico dei quattro, ha iniziato ad assumere, in relazione alla crisi libica, connotati più interessanti dal punto di vista prettamente politico. Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dello scorso 24 marzo, infatti, i quattro paesi hanno manifestato apertamente il loro dissenso rispetto alle modalità attraverso le quali la coalizione dei volenterosi ha implementato la no fly zone definita nella ormai nota risoluzione 1973.

Prendendo una posizione così netta nei confronti della questione è innegabile che il BRIC abbia sostanzialmente aperto una spaccatura nella comunità internazionale. Come a  voler dire che è finita l’epoca in cui il mondo sta a guardare lo sviluppo delle politiche estere dei paesi egemoni. Ci sono anche loro, insomma, ma questo appare a noi come un qualcosa di veramente rivoluzionario. Si potrebbe affermare che l’egemonia politica globale, come d’altra parte quella economica, dopo anni di esercizio esclusivo da parte degli Stati Uniti, si stia evolvendo in senso sempre più poliarchico – proprio nel senso che Robert Dahl volle dare al termine – e sempre meno monocratico. Le diverse prese di posizione rispetto alla crisi libica sono una testimonianza di questi mutamenti.

Bisogna guardare con attenzione agli aspetti meramente politici dell’atteggiamento dei quattro del BRIC rispetto all’argomento, e in particolar modo bisogna capire il comportamento di Russia e Cina. Le due potenze, come è noto, sono membri permanenti dell’UNSC. Ciò comporta per loro la possibilità di apporre il veto ad ogni risoluzione dell’organo internazionale semplicemente votando NO. Nel caso della risoluzione 1973, Russia e Cina si sono semplicemente astenute dalla votazione del documento, permettendone l’approvazione. Ma perché astenersi, se poi a stretto giro non si perde l’occasione per biasimare le modalità di attuazione di quello che è, a tutti gli effetti, un atto di guerra?

Dal momento che la politica internazionale non è una festicciola tra amici, è difficile pensare che le due Potenze abbiano semplicemente ceduto alla pressione esercitata dalla comunità internazionale e dai paesi occidentali in particolare. Tra l’altro un voto negativo non è pervenuto neppure da Brasile e India, membri non permanenti, e dunque senza potere di veto, comunque attualmente presenti nell’UNSC.

E difficile credere che tutti i quattro abbiano chinato il capo di fronte alle spinte occidentali. E d’altra parte le note di biasimo giunte dopo pochi giorni dall’inizio delle operazioni screditano del tutto questa ipotesi. È certamente più facile pensare che Russia e Cina abbiano voluto, in qualche modo, giocare un brutto tiro all’occidente. Pechino e Mosca non hanno impedito che la fionda lanciasse il proiettile e ora stanno a vedere dove questo andrà a cadere. È plausibile pensare che le due potenze immaginino un probabile impasse delle forze dei volenterosi nelle sabbie libiche. E che come pazienti avvoltoi volino alte in attesa che qualche situazione muti o paia anche solo  suscettibile di mutare in senso favorevole.

Sarà la storia a dirci quali strateghi, se quelli BRIC o quelli volenterosi, avranno avuto ragione. Al momento rimane solo da prendere atto delle posizioni dei quattro del BRIC e sottolinearne l’importanza come espressione di un quanto mai atteso ritorno (o arrivo?) ad un dibattito internazionale realmente aperto e basato su un vero contradditorio tra più attori.

Il comando delle operazioni militari in Libia passerà lunedì prossimo, o al più tardi martedì, nelle mani della NATO. Le forti pressioni esercitate dal Governo italiano sono state determinanti in tal senso: il Ministro degli affari esteri Frattini aveva infatti addirittura ventilato la possibilità, qualche giorno addietro,  di ritirare la disponibilità delle basi italiane qualora il comando delle operazioni non fosse passato sotto l’ombrello della NATO.

La presa di posizione del Governo italiano è stata decisa e, tutto sommato, ineccepibile. Sono stati in molti, in Italia, a disegnare la cosiddetta coalizione dei volenterosi come un’armata Brancaleone. Una coalizione/non coalizione con un comando formalmente nelle mani di americani forse un po’ troppo defilati ma materialmente   posto sotto l’influenza decisa e spregiudicata dei francesi.

E d’altra parte l’intera evoluzione dell’intervento francese appare molto interessante. Un vero e proprio scrumble for Libya, che naturalmente desta qualche perplessità.

I francesi sono stati i primi a partire, con i loro aerei: i Mirage, caccia multiruolo storici dell’armée de l’air, e i nuovissimi Dessault Rafale, caccia estremamente moderni, di produzione proprio francese, che sono stati impiegati per primi nei cosiddetti raid libici di sabato 19 marzo. Guarda caso, questi aerei, su cui l’industria militare francese ha puntato molto, non hanno, a livello mondiale, un grande mercato. Ad oggi, ancora, la Dessault Aviation, l’azienda ha progettato e produce il Rafale, non ha ancora ricevuto ordini da altri committenti – ad esclusione, naturalmente, dell’aviazione francese – per  l’acquisto del velivolo. Chissà che la pubblicità generata dai raid libici non riesca ad incrementare le vendite.

In secondo luogo andrebbe certamente osservato come la politica interventista di Sarkozy abbia ottenuto riscontri positivi praticamente unanimi nell’ambito del panorama politico transalpino. Tutte le forze politiche sono fermamente convinte non solo della necessità dell’intervento, ma anche dell’esigenza di un protagonismo francese nella questione. Per quale motivo?

Non è certo fuori luogo affermare che l’Italia abbia goduto, ancor prima del baciamano di Berlusconi, di un rapporto privilegiato con la Libia. Come candidamente affermato da Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali e  Consulente del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, “la Libia è casa nostra”. E non si può negare, pur rischiando di passare per neocolonialisti, che c’è, vuoi per la storia coloniale italiana, vuoi per la vicinanza geografica o per le forti connivenze economiche, un fondo di verità in questa affermazione.

Uno dei settori sui quali meglio si riflette questo rapporto privilegiato è certamente il commercio degli idrocarburi. Il 32% del petrolio di Gheddafi arriva in Italia, una quantità definibile in 425.000 barili al giorno (circa 67 milioni di litri), che corrispondono a quasi il 25% delle importazioni italiane totali di oro nero. Un fiume di petrolio scorre ogni giorno sotto il mediterraneo, partendo dai pozzi libici e arrivando nelle nostre centrali. Nel 2007 l’ENI ha raggiunto un accordo con la Lybian National Oil Corporation, società di proprietà della Grande Giamahiria, che ha definito il rinnovo delle concessioni per lo sfruttamento di gas e petrolio estratti sul territorio libico rispettivamente fino al 2047 e al 2042. Praticamente ad esaurimento.


Ma quali sono le intersezioni tra questo discorso e l’intervento deciso e forte da parte francese? Cosa c’entrano con il petrolio italiano le bombe sul bunker di Gheddafi? È presto detto.

La caduta del regime di Gheddafi porterebbe ad una modificazione drastica della forma di Stato e della forma di Governo in Libia. Una evoluzione che, dal punto di vista del diritto internazionale,  potrebbe essere identificata come una vera e propria successione di uno Stato successivo ad uno precedente. Quando ciò si verifica lo Stato successivo può far tabula rasa (il termine tecnico è proprio questo) dei trattati internazionali stipulati dallo Stato precedente se questi discendono politicamente da quel Governo.

Il gioco francese è proprio questo: un controllo autonomo, o praticamente tale, delle operazioni militari in Libia, avrebbe potuto garantire la possibilità, per la Francia, di inserirsi in maniera molto forte nel contrasto regime-ribelli. Dando spallate – o lanciando bombe che dir si voglia – al Colonnello, la Francia spera di acquisire una posizione di rilievo nel processo di ricostruzione delle istituzioni politiche del dopo Gheddafi.  In questo senso si auspica, probabilmente, di impedire la notificazione di successione degli accordi tra la Libia e l’Italia, spingendo il futuro nuovo governo a farne tabula rasa e  subentrando così al ruolo italiano. Realpolitik.

 

Giustizia divina

Il terremoto e lo tsunami che hanno colpito il Giappone sarebbero espressione dell’amore paterno di Dio e manifestazione di una giustizia divina che non può certo fermare il suo disegno di fronte alla morte di qualche innocente. Sono queste le parole, oserei dire deliranti, pronunciate in diretta su Radio Maria da Roberto de Mattei, vicepresidente del CNR, facendo riferimento al commento di Monsignor Mazzella, Arcivescovo di Rossano Calabro dal1898 al 1917, sui tragici eventi del terremoto e del maremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908.

Chi non ha fede non potrà mai capire chi ha fede. Ma chi la fede ce l’ha potrebbe benissimo iniziare a capire chi non ne ha.

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